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Pentagono

Usa, cambio rotta nelle politiche militari di Obama, nuovi nomi per il Pentagono

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Obama cambia i vertici militari del Pentagono: via Chuck Hegel, tra i nuovi papabili emerge il nome di una donna

20 giorni fa circa (4 novembre), l’America si è ritrovata con un presidente sfiduciato, i sondaggi del mid-term hanno visto la popolarità di Barack Obama cadere ai minimi storici, il sogno di un nuovo liberismo, dei diritti civili e della ripresa economica si sono scontrati, ancora una volta, con l’inefficienza ed ora gli USA si sentono accerchiati: Stato islamico, Ebola e Putin ora sono le principali priorità del Paese e così la decisione del presidente USA di cambiare i vertici militari del Pentagono nel tentativo di rimanere in equilibrio per i prossimi anni del suo mandato. Via Chuck Hagel, ex senatore repubblicano e veterano della guerra in Vietnam i nomi dei possibili “signori della guerra” sono sostanzialmente tre: Michele Fluonoy, l’unica donna in lizza, ex sottosegretatria alla Difesa vicina al democratico centrista Leon Panetta, Ashton Carter, che ha già coperto il ruolo di vicesegretario alla Difesa ed esperto di armamenti e Jack Reed, ex ufficiale nei corpi speciali.
La decisione di Obama, stando alle fonti ufficiali, sarebbe scaturita da alcune divergenze riguardanti la gestione dell’attuale guerra in Iraq e in Siria tra Hagel e il presidente stesso.
Ma cosa dobbiamo aspettarci, noi europei, da questo cambio improvviso nel cambio dei vertici militari degli Stati Uniti? Niente di buono probabilmente visto che, sebbene alla spicciolata, molti dei Paesi dell’Unione Europea, Italia compresa, hanno deciso di aderire alla grande campagna internazionale contro il Califfato islamico dell’Isis: siamo entrati in guerra con delle condizioni (stabilite dagli americani, giusto per ricordarlo) e ben presto ci troveremo con decisioni militari ancora da conoscere. Troppo tardi per tirarsi indietro, non basterà una stretta di mano col califfo Abu Bakr al-Baghdadi dicendo “scusa, ci siamo sbagliati e ci tiriamo fuori, ora veditela con gli USA, noi non c’entriamo niente”, ora l’Europa dovrà attenersi ai nuovi piani strategici che il Pentagono “ristrutturato” vorrà porre in essere. Ancora una volta l’Europa dà prova della sua inconsistenza sul piano politico, diplomatico e militare. La cosa preoccupante è che all’inizio del conflitto con il Califfato, Obama promise solennemente che nessun soldato americano avrebbe calpestato il territorio iracheno, memore della debacle del suo predecessore Bush col Desert Storm del1990-1991, ma a tuttora, ufficialmente, sono almeno 3000 i militari americani stanziati in Iraq, col ruolo di addestratori e di supporto, certo, ma ci sono e di sicuro non imbracciano mazzi di fiori. Cosa ci può convincere che la prossima gestione militare del Pentagono, forte adesso del massiccio sostegno dei repubblicani e di un’opinione pubblica americana sempre più impaurita da possibili attacchi interni da parte di gruppi infiltrati jihadisti, non spinga verso un intervento più decisivo sul territorio iracheno? Niente, visto che in politica tutte le affermazioni sono fatte solo in funzione del momento e che sono destinate a cambiare a secondo delle circostanze. L’Italia, per fare la sua parte, ha già disposto l’uso di 5 velivoli militari a scopo di ricognizione e messo a disposizione le proprie basi per sostenere l’appoggio logistico dell’operazione, ma niente ci dice che un’eventuale recrudescenza delle azioni belliche statunitensi non ci coinvolgano in maniera più incisiva, il tutto senza l’esplicito consenso della popolazione che si trova di fatto coinvolta in una guerra. Se le varie amministrazioni americane, dalla guerra in Vietnam fino ad ora, non sono state in grado di gestire saggiamente i naturali fermenti geopolitici, noi, che fino ad un certo punto avevamo il ruolo quasi privilegiato di spettatori neutrali, ora siamo coinvolti a pieno titolo in questa scellerata convinzione che tutto possa essere risolto esclusivamente con le armi, ma dimentichiamo una cosa: anche se in maniera non troppo eclatante, i rapporti tra USA e Putin diventano sempre più tesi per via del conflitto ucraino e delle sanzioni imposte alla Russia, come ci comporteremo nel caso dovessero esplodere in una nuova guerra fredda? Probabilmente continueremo ad essere le pedine del Mediterraneo in mano al gioco americano che si dimostra sempre più perdente

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