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Reddito di cittadinanza o fabbrica di nuovi sudditi?


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Può davvero il reddito di cittadinanza risollevare l’economia italiana o è una nuova fabbrica di sudditi?

Art. 1 della Costituzione italiana

“L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”
Fondata sul lavoro dunque, non sulla sussistenza come si vorrebbe attuare attraverso il reddito di cittadinanza. Certo, in un momento di crisi come quello che stiamo attraversando, l’ipotesi di un reddito di cittadinanza si presenta come un’ipotesi suggestiva, sicuramente è un ottimo strumento per la propaganda politica, ma cosa succederebbe se fosse realmente applicato?
780.00 euro a persona, come propone il Movimento 5 Stelle, non sono certamente una grossa cifra in realtà, ma garantirebbe a tutti di non essere più all’interno di quella cosiddetta fascia di povertà, eppure, al lungo andare, le conseguenze potrebbero dimostrarsi negative: si annullerebbe, in parte, il principio della competitività, la stessa idea di impresa e aumenterebbe il divario sociale tra chi il denaro ce l’ha, tanto, e tra chi si accontenta, tanti. Supponiamo un giovane che raggiunga la maggiore età e che abbia i requisiti per richiedere il reddito di cittadinanza, perché cercarsi un lavoro, di questi tempi instabile, per rinunciare alla “paghetta” elargita dallo Stato? Magari, se decide di mettere su casa con la fidanzata, anch’essa beneficiaria del medesimo diritto: 780.00 + 780.00 euro sarebbero 1.560.00 euro in due, sufficienti a pagare un affitto, le relative spese e avere quanto basta per vivacchiare alla meno peggio, magari integrando il reddito con qualche lavoretto “al nero”
La prima conseguenza sarebbe un popolo di stipendiati dallo Stato, dei sudditi in realtà, poco motivati nel cercare una collocazione alternativa che ne esalti le capacità personali. Quindi mancanza di specializzazione che, di fatto, non servirebbe a nulla.
Ma consideriamo un altro aspetto: da dove attingerebbe lo Stato tutti quei fondi per garantire il reddito di cittadinanza considerando l’alto tasso di disoccupazione che affligge il Paese? Tasserebbe i beneficiari dello stesso? Equivarrebbe a distribuire 100 per averne indietro 10, oppure, come proposto nella bozza, tagliando qua e là prelevandoli dalle macchinette del gioco d’azzardo dove finirebbe buona parte di quei 780.00 euro; l’economia stagnerebbe in una sorta di apatia nazional-popolare e lo Stato avrebbe un forte potere ricattatorio nei confronti dei suoi cittadini, il concetto di sovranità sancito dalla Costituzione sarebbe sostituito da quello di subalternità. Chi oserebbe sovvertire lo status quo di una situazione economica quanto meno accettabile? Converrebbe restare disoccupati con 780.00 euro al mese che rischiare in proprio in un’improbabile attività autonoma. Certo, il principio non varrebbe per tutti perché, per chi è fortunato di nascere in una famiglia benestante, accettare il reddito di cittadinanza sarebbe sconveniente: meglio tenersi la “fabbrichetta” di papà perché rende di più e magari, visto che la “paghetta statale” diminuirebbe la richiesta di lavoro da parte dei cittadini italiani, trasferendola in qualche altro Stato dove la mano d’opera c’è e magari a buon mercato.
Al contrario uno Stato lungimirante, quegli ipotetici fondi per istituire il reddito di cittadinanza, dovrebbe investirli in strutture che favoriscano il lavoro, come elemento fondante della nostra Costituzione, il lavoro tutela la dignità dell’individuo, lo rende partecipe della collettività e membro attivo della democrazia, non suddito in attesa della benevolenza di uno Stato che da un momento all’altro potrebbe rimangiarsi la parola data per “cause di forza maggiore”

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