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Non puoi dichiararti innocente

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Dichiararsi innocente, anche dopo i tre gradi di giudizio, è un ostacolo alla libertà anche, e solo, per poter richiedere un permesso premio, ecco la storia di Lucia

Quando l’ho conosciuta meglio, Lucia Bartolomeo, ho capito che mi stava concedendo il permesso di entrare in un luogo dove nessuno vorrebbe mai trovarsi, il carcere. È un luogo maledetto e abbandonato, una sorta di buco nero della società dove la forza gravitazionale tende a schiacciare qualsiasi volontà, persino quella di dichiararsi innocente, nonostante le varie sentenze di colpevolezza, ma questa volta voglio raccontare una storia che potrebbe essere uscita dalla fantasia di uno come Kafka. Naturalmente io vi narro i fatti così come li ho conosciuti e mi astengo da qualunque giudizio, ma da questi fatti potrete trarre voi le vostre conclusioni.
Lucia è accusata di un atroce delitto, quello del marito, ma le prove a suo carico sono solo di carattere indiziario.

La storia

Nella notte tra il 29 e il 30 maggio del 2006 Ettore Attanasio, il marito della protagonista, viene ritrovato cadavere nel letto dalla stessa Lucia che prontamente allerta il 118. Una volta giunto sul posto il medico di turno accerta che le cause del decesso sono avvenute per cause naturali, ma siccome il povero Ettore soffriva già da diverso tempo di una grave forma di astenia, le cui cause non erano ben chiare nemmeno al medico curante, la donna chiede che venga disposta l’autopsia. Bene, questo è un punto importante da ricordare perché difficilmente il presunto autore di un omicidio, avvenuto per avvelenamento, come vedremo in seguito, chiederebbe di accertare le cause della morte a meno che non sia una mente talmente diabolica da giocarsi il bluff più azzardato. La richiesta di Lucia però non ebbe seguito perché la famiglia del deceduto si oppose, forse per un più che lecito desiderio di rispetto nei confronti del congiunto.
Per quanto dolorosa, la vicenda si sarebbe conclusa con un necrologio sulla stampa locale, ma le cose non andarono così: una collega di Lucia, che all’epoca dei fatti svolgeva l’incarico di infermiera professionale, riferì alla polizia di essere a conoscenza di una relazione sentimentale della stessa con un altro collega di ospedale.
Nella mente degli investigatori balzò subito un sospetto: e se non si fosse trattato di morte naturale invece? Se fosse stata Lucia ad accorciare la vita del marito per poter vivere tranquillamente la sua tresca?

Partono le indagini

Da una serie di intercettazioni telefoniche, di cui tra l’altro non si hanno evidenze processuali, gli inquirenti vengono a scoprire che nei colloqui col suo amante Lucia parla di un aggravamento dello stato di salute del marito e che teme per la sua vita. Lucia, mentendo consapevolmente, afferma che Ettore è affetto da un tumore nella fase terminale …il movente c’è, ora non resta che trovare l’arma del delitto quindi, a quindici giorni dalla morte del marito le autorità ne dispongono finalmente l’autopsia che accerta che le cause del decesso non sono avvenute per cause naturali come affermato precedentemente, ma per avvelenamento da eroina, eroina di strada come la definiscono i periti, ma per precauzione vengono comunque predisposti dei controlli in ospedale per verificare che nulla sia sparito dalla farmacia, il sospetto è che Lucia, avendo accesso a quei reparti, avesse potuto procurarsi la sostanza e, poiché le menzogne sulla sua relazione la potevano identificare con una mente diabolica, cosa vietava di pensare che lei stessa non avesse tagliato l’eroina farmaceutica per depistare le indagini? In fondo, all’insaputa di tutti, l’astenia dell’Attanasio poteva anche essere dovuta ad una sua tossicomania tenuta nascosta alla famiglia, certamente questo era nei piani di Lucia. Le indagini però condussero in un vicolo cieco: dall’ospedale non mancava nulla, ma siccome all’inizio non si pensò subito all’omicidio non si repertò la flebo che l’avrebbe potuta incastrare con prove certe.
Allo stato delle prove le uniche accuse che si potevano muovere a Lucia erano il fatto che avesse mentito all’amante e che avesse tenuta nascosta la relazione al marito, nella composizione del processo quindi c’era la vittima, il marito; il proiettile, cioè l’eroina, ma mancava la pistola, la flebo contaminata dall’eroina di strada che avrebbe eliminato ogni ragionevole dubbio sulla colpevolezza della moglie. Lucia è stata condannata all’ergastolo, Lucia però in tutti questi anni si è sempre dichiarata innocente.

Quei maledetti permessi premio

La Giustizia italiana, almeno sulla carta, non è tanto spietata come molti giustizialisti vorrebbero, nella nostra Costituzione è incastonato un articolo dal grande valore umano, l’Art. 27 che al comma 3 sancisce: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” ed in base a quanto stabilito dall’Ordinamento Penitenziario, qualora il detenuto dimostri la volontà di seguire coerentemente un percorso di reinserimento nella società, sono previsti dei riconoscimenti che favoriscono questo percorso virtuoso, tra questi benefici ci sono i cosiddetti permessi premio, ovvero brevi licenze domiciliari che si possono scontare in luoghi verificati dalla Polizia Giudiziaria, nel caso di una pena all’ergastolo questi permessi possono essere richiesti non prima di dieci anni di pena scontata.
Lucia li ha richiesti, per ben 7 volte all’uscita di questo articolo e tutte e 7 le volte le sono stati rigettati …e vi spiego il perché: perché Lucia non ha mai ammesso la sua colpevolezza anzi, ha fatto istanza di revisione verso quella condanna, istanza che le è stata accolta dai giudici, ma il magistrato di sorveglianza, ben riconoscendo i pareri favorevoli della Direzione del carcere nel quale è trattenuta, quello degli educatori e degli assistenti sociali e quello della sua datrice di lavoro (e si, Lucia lavora all’interno dell’istituto) che si è persino proposta per farla collaborare nei laboratori esterni, non concede il beneficio perché non si è mai dichiarata colpevole e quindi non ha ancora preso coscienza delle ragioni che l’hanno condotta in galera.

Una trappola fatta di parole

A questo punto qualunque intelligenza normale perderebbe l’orientamento, ma come? Se Lucia chiede la revisione del processo perché si dichiara innocente e conta su nuovi elementi in grado di dimostrarlo come fa ad ammettere la propria colpevolezza per usufruire di appena qualche giorno di libertà controllata? Io non ho una risposta, ho solo voluto raccontare una storia perché ognuno possa giudicare con propria coscienza, ma concludo così come ho iniziato: “Quando l’ho conosciuta meglio, Lucia Bartolomeo, ho capito che mi stava concedendo il permesso di entrare in un luogo dove nessuno vorrebbe mai trovarsi, il carcere. È un luogo maledetto e abbandonato, una sorta di buco nero della società dove la forza gravitazionale tende a schiacciare qualsiasi volontà, persino quella di dichiararsi innocente”
Ora, dopo anni che ci conosciamo, sono ancora grato a Lucia per avermi permesso di entrare in quel luogo maledetto perché mi ha permesso di capire che una giustizia senza cuore non merita un’iniziale maiuscola

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