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Morire in carcere, morire di carcere


morire-in-carcere-morire-di-carcereMorire in carcere o morire di carcere, ogni anno sono circa 100 i casi di morte naturale che si registrano nei penitenziari, ma quanto è “naturale” questa morte?

In un articolo precedente abbiamo fornito alcune cifre relative ai casi di suicidio all’interno delle carceri italiane, non solo limitatamente ai detenuti, abbiamo visto come il fenomeno, benché in misura nettamente inferiore, colpisca anche il personale addetto alla sorveglianza. Tristi numeri che ci fanno comprendere come spesso le carceri non svolgano quel ruolo di recupero sociale che dovrebbero attendere, ma sono, e restano, solo dei freddi recinti di sbarre e catene.
Accanto a queste tragiche morti però, ci sono quelle che avvengono per cause naturali, circa 100 ogni anno ma, a meno che la notizia non abbia un forte impatto mediatico, raramente la stampa ne parla e del resto la cosa è anche comprensibile, ma quali sono le cause che conducono a queste “morti naturali”?
Certamente non è la vecchiaia a coprire le prime posizioni. Tra le principali cause troviamo l’infarto, evento difficilmente prevedibile; le complicazioni di una malattia trascurata, non diagnosticata per tempo o curata male; cause da deperimento dovute a malattie croniche o scioperi della fame; forti intossicazioni dovute a sostanze stupefacenti o malattie legate all’uso degli stessi come l’HIV.

Come si regola lo Stato riguardo queste problematiche? Il diritto alla salute di un detenuto come viene tutelato?

L’articolo 1 del Decreto Legislativo 230/99 recita in questa maniera: “I detenuti e gli internati hanno diritto, al pari dei cittadini in stato di libertà, alla erogazione delle prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, efficaci ed appropriate, sulla base degli obiettivi generali e speciali di salute e dei livelli essenziali e uniformi di assistenza individuati nel Piano sanitario nazionale, nei piani sanitari regionali ed in quelli locali”
La realtà però, è diversa dai buoni propositi del legislatore: tagli alle risorse, scarsità di personale, sovraffollamento e condizioni igieniche disastrate rendono quel decreto del tutto inutile; lo stesso Francesco Ceraudo, già Presidente dell’Associazione dei Medici Penitenziari (il Tirreno pubblicò su di lui un bellissimo articolo definendolo “il medico più amato dai detenuti”) ancora nel 2011 diceva, definendo il carcere come “una fabbrica di handycap”: “In queste condizioni, con i tagli alle risorse della Sanità Penitenziaria ed una conseguente diminuzione del personale, che era già insufficiente, non è più possibile garantire al detenuto quel diritto alla salute sancito dalla nostra Costituzione. L’immediata conseguenza di questa azione governativa sarà l’aumento dei suicidi e delle ospedalizzazioni, con un pericoloso sovraccarico di lavoro per la Polizia Penitenziaria. I nostri pazienti, dopo aver perso la libertà, rischiano di perdere la salute e talvolta la vita”
Le cose si complicano ulteriormente quando entra in gioco la variabile umana: molto spesso i detenuti usano strumentalmente la salute nel tentativo di ottenere particolari benefici: migliori condizioni di detenzione, una dieta speciale o, nei casi migliori, la detenzione domiciliare o il rinvio della pena e i medici sono consapevoli di tutto ciò, col rischio di considerare tutti i detenuti dei “simulatori”, con la conseguente tendenza a minimizzare i sintomi di una malattia.
É logico che questo atteggiamento da entrambe le parti inibisce l’instaurarsi di un rapporto di fiducia, alle volte le conseguenze risultano fatali e si parla di morte naturale.
Ma quelle morti naturali si potevano evitare? In taluni casi potremmo parlare di morti naturali “indotte”. É pur vero che in questi casi nessuno può essere considerato responsabile diretto del fatto, ma è altrettanto vero che se si fosse intervenuti in tempo con una diagnosi precoce e con terapie adeguate tali eventi si sarebbero potuti evitare

Rinvio dell’esecuzione della pena in caso di malattia

Esiste però un’ulteriore variabile che fa la differenza: la presunta o meno pericolosità del detenuto oggetto delle cure mediche ovvero, il rinvio dell’esecuzione della pena in caso di malattia (articoli 146 e 147 del Codice Penale).
L’art. 146 prevede il “rinvio obbligatorio dell’esecuzione della pena” quando il condannato è affetto da AIDS conclamato o da altra forma grave di deficienza immunitaria (restiamo nell’ambito sanitario perché lo stesso articolo interessa anche il caso di detenute incinte o con figli di età inferiore all’anno di età). L’incompatibilità si verifica quando la persona è in una fase della malattia così avanzata da non rispondere più (secondo le certificazioni del Servizio sanitario penitenziario o di quello esterno) ai trattamenti terapeutici praticati in carcere.
L’art. 147 invece prevede il “rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena” per chi versa in condizioni di “grave infermità fisica”, ma quest’ultima non è ben definita e lascia spazio alle interpretazioni.
In pratica, essere affetti da una malattia grave che conduce alla morte, non necessariamente esclude la pericolosità del soggetto che una volta fuori dal carcere potrebbe continuare a delinquere.
Questione delicata dunque, che varia di caso in caso e che è affidata alla sensibilità dei giudici.
Conclusione: quando parliamo di sanità pubblica siamo consapevoli di addentrarci su un terreno delicato: la cronaca, purtroppo, ci racconta più casi di malasanità che di eccellenze, ma in questi casi, anche se con difficoltà, il cittadino ha la facoltà di rivalersi nelle sedi appropriate, almeno in teoria, ma, pur restando valido il Decreto Legislativo 230/99, le condizioni per i detenuti sono ancora estremamente complesse, vuoi per via di pregiudizi, vuoi per la mancanza di strutture adeguate, vuoi per le difficoltà tecniche cui abbiamo accennato, ma una cosa resta sicura: nel momento in cui un individuo viene condannato per un reato è tenuto a scontare la giusta pena che gli viene attribuita per saldare il suo debito con la giustizia, ma ciò non lo deve privare dei suoi diritti fondamentali, primo fra tutti quello alla salute, è solo una questione di civiltà

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