Lamento

Il gesto oltre il lamento: non tutti i diversi sono uguali


Lamento

Se c’è una cosa accessibile a tutti questa è il “lamento”, ne abbiamo le ragioni, ma senza l’azione di un gesto resta cosa sterile: non tutti i diversi sono uguali

Inutile fare lunghi elenchi, le cose sono sotto gli occhi di tutti: viviamo un’estenuante crisi di valori, umani, economici e sociali. E’ una crisi globale e trasversale che non risparmia nessuno e ci accomuna tutti in una pratica quasi quotidiana, quella del “lamento”. Ci lamentiamo dei politici corrotti e inefficienti, del vicino di casa rumoroso, dell’extracomunitario, del vu cumprà e riversiamo questa frustrazione tra le mura domestiche, sui luoghi di lavoro e sui social, anzi, è soprattutto su questi che manifestiamo con maggior puntiglio il nostro diritto a lamentarci, e non tutti lo fanno in maniera elegante. Va bene, è il primo passo di consapevolezza, d’altronde si dice che comprendere le ragioni di un problema significa averlo risolto a metà, però l’altra metà rimane e quindi dobbiamo compiere un gesto, agire, modificare la situazione di cui ci lamentiamo …e qui viene il difficile: “l’esercizio del gesto

In sostanza, tutti sentiamo il desiderio di cambiare, ma aspettiamo che sia l’altro a fare il primo passo e magari siamo i primi a criticarlo, se commette qualche errore. Da dove cominciare allora? Fondamentalmente dall’empatia, secondo lo scrivente, dall’immedesimazione, dall’inclusione sociale vista come arricchimento umano e culturale. Ma questo semplice passo deve superare molteplici pregiudizi primo fra tutti quello di “confine”. Se lo consideriamo come il limite della nostra proprietà, qualunque aspetto le vogliamo attribuire, dovremmo altresì considerare che è un ostacolo alla nostra libertà: è un confine appunto, una linea tracciata da noi stessi che separa, in un mondo che, volenti o nolenti, è sempre più orientato verso la globalizzazione o meglio, con un termine più di moda, la “rete”. Riprendendo un concetto mirabilmente affrontato da Erich Fromm ci troviamo di fronte al dilemma “Avere o Essere”? Includere, in certi casi, può conciliare entrambe le esigenze: capire gli altri, immedesimarsi nel loro punto di vista, ci permette di “avere” una percezione diversa delle cose, che ci aiuta nel nostro “essere” più completi e, dunque, più ricchi. Sembra banale, ma è come guardare una cosa da troppo vicino, non ne distinguiamo i contorni perché non abbiamo la giusta messa a fuoco e così è anche nei pensieri: siamo spinti a considerare l’inclusione come una minaccia immediata alla nostra proprietà, al nostro confine senza tenere conto che noi stessi potremmo sentirci esclusi da ciò che separiamo. Un’identità sociale è un’identità condivisa, un organismo culturale è composto da varie competenze: un biologo, senza un muratore, vivrebbe nelle grotte e questo dimostra che alle volte, per necessità, siamo costretti a creare un varco nei nostri confini, dobbiamo lasciare spazio e accesso a chi è più competente di noi. Il problema dell’inclusione è adesso al centro di un ampio dibattito internazionale, non certo per scelta, ma per necessità: l’inarrestabile flusso migratorio non è più un fatto socio-economico che riguarda una regione del Pianeta, è una svolta culturale conseguenza di scelte politiche basate sull’opportunismo: pensavamo di colonizzare, di sfruttare risorse che non ci appartenevano ed ora, inevitabilmente, la storia ci presenta il conto. Non sarà certo innalzando muri o cavalcando l’onda dell’insofferenza e della paura che si risolverà il problema, anzi, si tenderà ad esasperarlo e se al lamento deve seguire un gesto, che sia di apertura, perché non tutti i diversi sono uguali

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