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Girolimoni, Tortora, Sollecito e Bossetti tutti uniti “In nome della legge”


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Gino Girolimoni: l’uomo dal vestito grigio, Tortora, Sollecito e Bossetti: l’accanimento mediatico e il silenzio stampa.

Ci sono vicende, nella nostra storia passata, che presentano delle inquietanti analogie, vicende che vedono al centro orribili delitti, accuse pesanti, vicende in cui giustizia è stata fatta prima dalla stampa che dai tribunali, un precedente emblematico: Gino Girolimoni.

La storia di Gino Girolimoni

Roma anni ’20, quattro orribili delitti vengono commessi ai danni di altrettante bambine, violentate e poi strangolate da un uomo che, secondo le prime testimonianze raccolte dagli investigatori, si presentava distinto, insospettabile e con indosso un vestito grigio. Gli efferati delitti si consumarono nell’arco di quattro anni e la stampa ne dette ampio risalto amplificando l’orrore e lo sdegno non solo dei romani, ma dell’Italia intera, il caso non poteva passare inosservato. Il primo episodio risale al 4 giugno del 1924. la piccola Bianca Carlieri viene vista da alcune amichette in via del Gonfalone in compagnia di un signore vestito di grigio che lei afferma essere suo zio. Alla domanda su dove stia andando la piccola risponde che lo zio la sta accompagnando a comprare caramelle. Di lei non si avranno più notizie fino al giorno dopo quando il corpicino straziato della piccola verrà ritrovato nei pressi della basilica di San Paolo.

La stampa dà risalto alla notizia

La notizia viene riportata da tutti i giornali che non risparmiano ai lettori gli orribili particolari del delitto, la popolazione inorridisce e chiede a gran voce che il colpevole venga assicurato alla giustizia, ma passano altri quattro anni nel frattempo e alla piccola Bianca si aggiungono altre vittime del mostro: Rosina Pelli, Elsa Berni e Armanda Leonardi, 5 anni, anche lei ritrovata uccisa dopo avere subito violenza. Sul caso interviene lo stesso Mussolini che, come riferiscono i giornali dell’epoca, decide di intervenire una volta per tutte, infatti a breve gli investigatori annunciano l’arresto del “mostro”.

Gino Girolimoni, l’osceno martoriatore di bambine è stato arrestato
 titolano i giornali del 10 maggio 1927,
Il cuore generoso del popolo esulta per l’arresto del turpe assassino
. Ma chi è Gino Girolimoni, l’uomo “con i tratti tipici del degenerato”, come lo definirebbe Cesare Lombroso, “con gli occhi stranissimi, dal taglio quasi mongoloide, lo sguardo obliquo, falso, sfuggente”? La stampa ora ha un’altra vittima su cui accanirsi.

Un clamoroso errore investigativo

Gino Girolimoni è vittima di una serie di sfortunate circostanze che macchiarono per sempre la sua esistenza e il cui nome resterà indissolubilmente legato al significato di pedofilo e stupratore nonostante il tempo abbia dimostrato la sua innocenza. Alcuni agenti in servizio nella zona teatro dei rapimenti notarono Girolimoni, che dopo una vita difficile riuscì, grazie al proprio lavoro, a costruirsi una vita discretamente agiata, intrattenersi con Olga Nardicchioni, una ragazzina dodicenne che all’epoca prestava servizio presso la famiglia di un professionista. Gli agenti pensarono si trattasse di un tentativo di rapimento. Il desiderio di giustizia a tutti i costi fece il resto: i testimoni non esitarono a puntare il dito sul malcapitato, primo fra tutti un tale Massacesi che gestiva un’osteria nella zona: finalmente il “mostro della capitale” era nelle mani della giustizia! Ma il castello accusatorio a carico di Girolimoni cominciò a presentare le prime incrinature quando Domenico Maritutti, un operaio friulano, asserì di essere lui, in compagnia della figlia, quello che il Massacesi aveva visto nell’osteria la sera dell’omicidio della piccola Leonardi, ma in un primo momento la sua testimonianza non fu considerata attendibile e l’oste, seppur messo a confronto col Marittutti si rifiutò ostinatamente di riconoscere lo scambio di persona.

La svolta nelle indagini

A scagionare definitivamente dalle infamanti accuse Gino Girolimoni contribuì il fatto che il giorno della morte della piccola Armanda Leonardi, lo stesso si trovava fuori Roma, restava da trovare il vero assassino. Del caso si occupò l’allora commissario Giuseppe Dosi che venne finalmente a capo della faccenda: il vero colpevole dei quattro delitti era un pastore protestante inglese, tale Ralph Lyonel Bridges. Le prove, questa volta reali e non indiziarie, erano schiaccianti: a lui apparteneva il fazzoletto con ricamate le iniziali R.L. trovato accanto al corpo della povera Rosa Pelli, sue le pagine bruciacchiate di un breviario in lingua inglese trovate accanto al cadavere di Armanda Leonardi e ancora sue le pagine di un catalogo di libri religiosi ritrovate nei pressi del luogo dove fu rinvenuto il corpo senza vita di Bianca Carlieri.

Caso chiuso?

Caso chiuso quindi per Girolimoni? Il suo nome verrà riscattato dal marchio di quell’infamia che i giornali gli avevano frettolosamente cucito addosso? Niente affatto: Bridges fu estradato in Inghilterra, ragioni politiche dell’epoca consigliavano di mantenere buoni rapporti diplomatici con quel Paese, Giuseppe Dosi, prima di essere internato in un manicomio, dovette subire le ostilità dei vertici del Viminale in quanto il suo fiuto aveva messo in cattiva luce l’operato delle forze investigative che avevano fallito nell’individuare subito il vero colpevole e Girolimoni visse arrangiandosi come poté portandosi addosso il peso di una colpa che non aveva commesso, fino alla sua morte, avvenuta negli anni sessanta, al suo funerale solo pochi amici ristretti tra cui lo stesso Dosi.

Un vicenda che si ripete

Stessa cosa, sotto altri aspetti, è avvenuta più recentemente per il caso Tortora che ha trascorso 10 anni di carcere e di umiliazioni a causa delle parole di un pentito rivelatesi poi false, dubbi permangono ancora sul ruolo effettivo di Raffaele Sollecito e Amanda Knox nella vicenda dell’omicidio di Perugia, quello che ha visto come vittima la studentessa americana Meredith Kercher, molta confusione sul caso Cogne prima di giungere alla definitiva condanna di Anna Maria Franzoni, ora la vicenda di Yara Gambirasio e del ritrovamento del famoso DNA che avrebbe inchiodato l’assassino, come incautamente l’ha definito il ministro degli interni Alfano dimenticando, pur essendo avvocato, che la legge ci garantisce la presunzione d’innocenza fino al terzo grado di giudizio (cosa che ha fatto richiedere la sfiducia al suo incarico da parte del Movimento 5 stelle). Affrettatamente Massimo Bossetti è già stato giudicato colpevole dalla stampa e da parte dell’opinione pubblica senza però il supporto di prove inconfutabili e senza che la giustizia abbia fatto ancora il suo corso naturale. Non vogliamo entrare nel merito delle singole vicende, ognuno è libero di avere le sue opinioni, ma ricordare la storia di Gino Girolimoni può aiutarci a non essere precipitosi nei giudizi

 

 

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