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Entro il 2035 l’Europa rischia il black-out, è l’allarme lanciato dalla IEA

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La IEA (Agenzia Internazionale per l’Energia) lancia un preoccupante allarme: entro il 2035 l’Europa rischia il black-out

L’Agenzia Internazionale per l’Energia, la IEA, ha lanciato un preoccupante allarme riguardo il futuro energetico dell’Europa: se non verranno presi provvedimenti importanti entro il 2035 il Vecchio Continente è a rischio black-out. “In Europa siamo di fronte al rischio che le luci si spengano e questo non è uno scherzo” ha dichiarato Fatih Birol, economista capo della IEA.

Le ragioni di questo allarme sono piuttosto complesse, ma sostanzialmente si possono ricollegare alla crisi ucraina e al nuovo assetto che gli Stati Uniti stanno cercando di dare al quadro geopolitico internazionale, ma andiamo per ordine. Birol ha affermato che, entro il prossimo decennio, l’Europa potrebbe perdere un quarto dell’energia elettrica, ovvero 150 gigawatt di approvvigionamento, a causa della caotica e disuguale applicazione delle tariffe all’interno della UE, fatto che avrebbe causato una crisi talmente profonda da non permettere il finanziamento di nuovi progetti: “I prezzi dell’energia all’ingrosso sono il 20% più bassi del prezzo del costo di recupero, quindi non c’è nessun appetito per investire. L’Europa deve cercare di ristrutturare profondamente il suo mercato energetico”.

Un investimento da 48 mila miliardi

E qui viene la nota dolente: entro il 2035, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, il Mondo ha bisogno di investire 48 mila miliardi di dollari per scongiurare una crisi energetica dagli aspetti devastanti perché l’energia a basso costo è oramai una cosa del passato: le compagnie petrolifere e quelle del gas hanno quasi esaurito le riserve più facili da raggiungere mentre i costi di capitale, nell’ultimo decennio sono raddoppiati e le compagnie estrattive investono oltre l’80% dei profitti nella ricerca di nuovi giacimenti.
A questo punto le soluzioni sarebbero due: puntare sulle fonti rinnovabili, energia solare, idroelettrica e bio-combustibile oppure riaffidarsi al carbone puntando anche su una maggiore efficienza delle automobili, dei refrigeratori e dei sistemi di isolamento con una spesa prevista, sempre entro il 2035, di 550 miliardi di dollari l’anno contro gli attuali 130 e qui cominciamo ad avvicinarci ancora di più alla questione ucraina. Allo stato attuale la produzione di energia da fonti alternative non è sufficiente a soddisfare le richieste mentre il carbone, considerato un combustibile “sporco” è tra i maggiori responsabili dell’inquinamento da CO2 e, stando sempre alle valutazioni fatte dall’IEA, l’uso di questo combustibile impedirebbe di raggiungere l’obiettivo fissato per il 2100 di contenere il riscaldamento globale a 2 gradi centigradi: “Senza bloccare gli effetti dell’anidride carbonica -ha affermato Maria van der Hoeven, direttrice dell’IEApossiamo dimenticarci l’obiettivo clima” Senza intervenire efficacemente sul problema del surriscaldamento del pianeta, sostituendo le attuali politiche energetiche, le temperature salirebbero di almeno 4°C e, secondo molti scienziati, questo innalzamento potrebbe innescare una reazione a catena dagli esiti imprevedibili. A questo punto non resta che il gas, sia quello naturale che quello prodotto col controverso metodo del fracking, il cosiddetto shale gas che si ottiene con la frantumazione delle rocce di scisto nel sottosuolo attraverso l’immissione di acqua ad alta pressione mista a sostanze chimiche.

Il fracking

Il metodo del fracking, pur tra 1000 polemiche è già in uso negli Stati Uniti e, dopo l’estromissione della Russia dal G8 che forniva parte dell’Europa di gas naturale, quest’ultima ha deciso di dirottarlo verso la Cina nell’ottica della guerra delle sanzioni e ci si è accorti, guarda caso, che importare il gas dagli USA sarebbe poco conveniente in termini di costi. Ed ecco che arriviamo in Ucraina: sempre per pura combinazione è proprio in quella zona che si trovano dei vasti giacimenti di rocce di scisto e di gas naturale e, sempre per una strana coincidenza, le regioni dove gli scontri tra le parti sono più accaniti, Lugansk, Slaviansk e Kramatorsk, sono quelle più ricche di giacimenti. L’allarme per un possibile black-out che ha paventato l’Agenzia Internazionale per l’Energia quindi, sembrerebbe funzionale ad un vasto piano che vede al centro i riequilibri geopolitici dove, ancora una volta, l’Europa gioca un ruolo del tutto marginale. Lo confermano le prime parole di Barack Obama appena sbarcato dall’Air Force One quando ha detto che l’America stanzierà un miliardo di dollari per rafforzare la sua presenza militare in Europa. Non si tratta dunque di un conflitto teso a tutelare la sovranità di un popolo ma, come sempre accade, sono i grossi interessi economici delle multinazionali a governare il gioco e, si sa, le multinazionali non hanno bandiera

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