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Cambiamenti climatici e rifugiati ambientali, un fenomeno in crescita

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foto tratta da IDMC

Rifugiati ambientali, un fenomeno in crescita legato ai cambiamenti climatici che non fa distinzioni tra Paesi ricchi e Paesi poveri

I rapidi cambiamenti climatici di cui siamo testimoni, costringono sempre più persone ad abbandonare i propri insediamenti naturali in cerca di condizioni di vita più favorevoli, si chiamano rifugiati ambientali, il fenomeno è drammaticamente in crescita e non colpisce solo i Paesi poveri.
I dati sono impressionanti: 22 milioni di rifugiati ambientali solo nel 2013, circa tre volte in più rispetto alle popolazioni in fuga dalle guerre e dai conflitti che insanguinano il pianeta. Secondo uno studio del Norwegian Refugees Council (NRC) e dell’Internal Displacement Monitoring Center (IDMC) queste cifre sono destinate ad aumentare. Il fenomeno, come afferma il Segretario Generale del NRC, Jan Egeland, si estende a livello globale benché l’Asia risulti quella che, allo stato attuale, sia l’area maggiormente interessata con l’87,1% di rifugiati ambientali, circa 19 milioni di persone. Seguono l’Africa sub-sahariana e il Continente Americano, a dimostrazione del fatto che i cambiamenti climatici non fanno particolare distinzione tra Paesi poveri e Paesi ricchi. Alcuni esempi: il tifone Man-yi, che ha colpito il Giappone nel settembre del 2013, quello che ha messo a rischio la centrale nucleare di Fukushima, ha costretto circa mezzo milione di individui a lasciare le proprie abitazioni in maniera permanente e definitiva o la serie di tornado in Oklahoma nell’aprile del 2014 che ha obbligato, in maniera analoga, 218.000 residenti a seguire la stessa sorte. Ma il problema potrebbe risultare ancora più drammatico se si pensa alle possibili conseguenze dovute al surriscaldamento globale del pianeta, con il conseguente innalzamento degli oceani causato dallo scioglimento dei ghiacciai: entro la fine del secolo i mari potrebbero innalzarsi di 1 metro, 1 metro e 30 rispetto ai valori attuali. Le conseguenze sono facilmente immaginabili: intere aree costiere densamente popolate completamente sommerse dalle acque e milioni di rifugiati climatici in cerca di nuove aree in cui insediarsi.
Se ora la nostra attenzione resta focalizzata solo su i flussi migratori che provengono dal Nord Africa a causa dell’avanzare del Califfato islamico, commettiamo un errore di valutazione: un conflitto può essere fermato con mezzi militari o diplomatici, può essere più o meno circoscritto in un’area ristretta del pianeta, si spera, ma i cambiamenti climatici sono più difficili da controllare e noi ci stiamo sempre più avvicinando al punto di non ritorno mentre gli standard di vita a cui siamo abituati non favoriscono di certo un’inversione di tendenza.
I Paesi maggiormente industrializzati sono i principali responsabili dell’emissione dei gas che provocano il cosiddetto “effetto serra” e attraverso vari protocolli d’intesa dichiarano la propria volontà nel limitarne i danni, ma va considerato che essi sono già attestati su livelli di consumo che prevedono l’uso di enormi quantità di energia derivante principalmente da fonti di combustibili fossili, per quale ragione allora, i Paesi emergenti dovrebbero rinunciare all’ottenimento degli stessi standard?
Da sempre i conflitti sono nati dall’esigenza di conquista di nuovi spazi e nuovi territori, ma solo per avere accesso a più risorse, non certo per motivi politici o religiosi, e il paradosso è che mentre la popolazione mondiale cresce in maniera esponenziale, queste risorse tendono a diminuire con la stessa velocità.
Se da una parte l’opulento Occidente predica bene, dall’altra razzola male, basti solo pensare a quanto inquina una guerra e a dove sono collocate le più grandi industrie belliche del pianeta

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