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Alimentazione, carcere e sopravvitto, panoramica sullo stato attuale


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Sopravvitto: un business lucroso e senza concorrenza, come viene gestita l’alimentazione in carcere?

Continuando il nostro percorso nella conoscenza dello stato di salute delle carceri italiane, questa volta vogliamo soffermarci sull’aspetto dell’alimentazione: cosa mangiano i detenuti? Chi fornisce i pasti e, soprattutto, chi effettua i controlli sulla corretta gestione della vendita e della somministrazione del cibo? Secondo l’Art. 9 dell’Ordinamento Penitenziario (Legge 26 luglio 1975, nr.354): “Ai detenuti e agli internati e’ assicurata un’alimentazione sana e sufficiente, adeguata all’eta’, al sesso, allo stato di salute, al lavoro, alla stagione, al clima.
Il vitto e’ somministrato, di regola, in locali all’uopo destinati. I detenuti e gli internati devono avere sempre a disposizione acqua potabile. La quantita’ e la qualita’ del vitto giornaliero sono determinate da apposite tabelle approvate con decreto ministeriale. Il servizio di vettovagliamento e’ di regola gestito direttamente dall’amministrazione penitenziaria (…)”
Ai detenuti però, è concessa la possibilità di acquistare prodotti alimentari o di altro genere presso il cosiddetto “sopravvitto”, una sorta di negozio interno alla struttura gestito dalla stessa azienda che fornisce i pasti. Un vantaggio o uno svantaggio per i detenuti? Giudicate voi: innanzitutto il fatto che chi gestisce il sopravvitto sia la stessa ditta che fornisce i pasti già la dice lunga: evidentemente agisce in regime di monopolio, senza cioè nessuna concorrenza, in più risulterebbe che i prezzi applicati siano sensibilmente più alti di quelli indicati nei normali supermercati e c’è un solo genere esposto per ogni prodotto, di solito la marca più costosa, trovare alternative con le sottomarche è una vera rarità.
Eppure, sempre secondo l’Ordinamento Penitenziario (Circolare DAP 27 aprile 1988 n° 687465)“Si invitano le SS.LL ad eseguire costanti, puntuali e penetranti controlli in ordine al servizio del sopravvitto detenuti. Particolare attenzione dovrà essere posta in merito ai prezzi praticati che (…) andranno confrontati, con le informazioni sui prezzi correnti all’esterno, richiesti mensilmente all’autorità comunale locale, fornendo alla stessa l’elenco dei generi posti in vendita nell’istituto, indicandone per ciascheduno dettagliatamente la qualità ed il tipo, la prezzatura, la marca ed il prezzo” proseguendo, con la Circolare DAP 21 novembre 1996 n° 638616Il tariffario mod. 72 deve essere il più ampio possibile, compatibilmente con le esigenze di ordine e sicurezza dell’Istituto”
L’istituzione del sopravvitto risale al 1920, anno nel quale fu stabilito il Regolamento Generale per gli stabilimenti carcerari, le ditte che si sono aggiudicate l’appalto per entrambe i servizi nelle 206 carceri italiane sono 14 tra le quali spicca la Arturo Berselli & C. Spa con sede a Bergamo e filiali in altre zone della penisola che gestisce gli appalti dal 1930 (quasi un secolo) con un fatturato stimato intorno ai 13-25 miliardi di euro.
Nel 2003 la Corte dei Conti della Regione Lombardia si rifiutò di vistare la procedura d’appalto per il rinnovo di contratto alla Arturo Berselli & C Spa, sostenendo che non fossero state seguite le procedure previste dalla legge con conseguente procedura di infrazione da parte della Unione Europea. Stessa cosa è avvenuta in Veneto e in Umbria ma, dopo varie pressioni, le rispettive Corti dei Conti regionali, hanno dovuto cedere alle pressioni concedendo il rinnovo senza gara, pur riconoscendo questa procedura contraria a quanto previsto dall’Art. 23 della Legge 18 aprile 2005 n° 62 “Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee. Legge comunitaria 2004”
Allora dov’è l’inghippo? L’Art. 23 sancisce un divieto di rinnovazione dei contratti pubblici ma, a seguito del decreto del Ministero della Giustizia del 21 luglio 2004 “Il contratto oggetto del provvedimento di approvazione in esame è stato sottoposto a particolari misure di sicurezza”
Per brevità evitiamo di citare altri dati relativi a casi analoghi (per chi volesse approfondire è qui disponibile un’ampia documentazione : “Interrogazione a risposta scritta 4-03104 presentato da Maria Lucia Lorefice, 9 gennaio 2009″), quello che si voleva evidenziare è fin troppo chiaro: gestire un appalto di forniture all’interno delle carceri, tanto per la distribuzione ordinaria dei pasti quotidiani quanto per quella del sopravvitto, è una fonte sicura di lauti guadagni che si muovono all’interno di un circuito chiuso, senza concorrenza e senza competizione tra le ditte fornitrici dove gli utenti finali, i detenuti, non sono più i beneficiari di un servizio aggiuntivo, bensì le vittime di un regime di oligopolio a cui non possono che sottostare, una ragione in più per non finire in carcere, ovviamente, ma ciò non toglie il fatto che, in un mondo a sé stante, quasi estraneo alla quotidianità delle nostre conoscenze, si muovono forti interessi economici che poco hanno a che fare con i princìpi di recupero e di riabilitazione. Come già sottolineato in altre occasioni, questi brevi articoli non vogliono in alcun modo accusare o giustificare nessuno, in una società civile le regole vanno rispettate, da tutti, anche se non sono in sintonia con le opinioni personali, ma in una realtà ristretta e circoscritta, come può essere quella carceraria, dove la comunicazione tra “esterno” ed “interno” risulta essere soggetta ad una serie di filtri, queste regole potrebbero essere interpretate diversamente. Sta a noi essere, e rimanere, informati su quanto ci accade intorno perché in una società che si vuole definire “civile” i diritti individuali non cessano di esistere dietro le sbarre

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